sabato, 03 dicembre 2005
Sogno di stanotte
Sogno di stanotte
Arrivo al castello, è un'area piuttosto grande quella che gli appartiene, che MI appartiene, si perchè da pochi giorni è mio tutto quel terreno, con tutto ciò che vi si adagia sopra. Ci sono dei casali, stalle, sono tante le costruzioni, arroccate e appoggiate le une alle altre, tanto che non capisco bene dove cominci una e finisca l'altra. Sono disorientata, è la prima volta che ci vengo... in realtà so che non è così, ma è difficile spiegare questa mia sicurezza! L'ho comprato per riaverlo questo luogo! Lo so che non è più come prima, ma non posso farne a meno, io lo amo, e so che chi ci sta dentro oggi non mi vedrà di buon occhio, ma adesso è mio e si adatteranno. Di loro non m'importa, perchè è troppo grande il mio desiderio di rinsaldare il legame con questa terra, con le pietre di queste mura, con gli alberi antichi che di sicuro sanno bene perchè mi sento a casa in questo momento. Sento di conoscere la storia di ogni singolo sasso, mattone, fiore e stella qui! E sento di appartenere a loro come loro a me, da sempre. Capisco solo ora cos'era quel senso di incompletezza che mi lasciava un angoletto amaro nel cuore, anche nelle più grandi vittorie e conquiste. Sento l'odore dell'aria, e il mio cuore si accheta, ne faccio scorta in me a grandi respiri, pensando a quella che respiro a casa, spero di portarne quanta più possibile con me, quando andrò via più tardi. So che ormai non posso più andare avanti come prima, varcata questa soglia, anche l'aria mi sembrerà irrespirabile da oggi in poi ovunque lontano da qui. E mi accorgo di essere stordita da tutto questo, me ne accorgo in un momento in cui pensieri e sensazioni fanno una pausa, come qualcuno che annegando riesce per un attimo a respirare e lo fa con avidità dirompente ma insoddisfacente, perchè dopo quel guizzo si ripiomba nell'annegamento. Mi riceve una donna: jeans, stivali da cowgirl, camicia di pile a tessuto scozzese sui colori del grigio e celeste (talmente scolorita che non si definiscono bene i contorni e le linee di demarcazione fra un colore e l'altro), capelli castano-scuri appena appoggiati sulle spalle, lisci, con la riga al centro e due morbide onde nei ciuffi che incorniciano il viso. E' rassicurante nell'aspetto e nello sguardo, è diffidente ma pare ben disposta per carattere, si sforza di sembrare contenta della mia presenza, ma è chiaro che per lei (come per tutti gli altri, ne sono convinta) il mio arrivo romperà degli equilibri a cui molti sono affezionati, e che a molti fanno comodo. La osservo con tutti i mezzi a mia disposizione, lo stomaco mi dice che, se ci fossimo incontrate in altre circostanze, saremmo diventate immediatamente amiche, non amiche di confidenze, ma amiche di viaggio. Quel genere di amicizia che si sente subito a pelle, ma non ha sfogo prorompente, cresce pian pianino nell'ombra e si consolida, facendosi manifesta al primo momento di necessità e carenza di forze di una delle due. Quel tipo di amicizia sana, in cui non c'è bisogno di parole nè confidenze. Eh si, saremmo state due buone compagne di viaggio (un viaggio parallelo, non uguale nè con tappe contemporanee), ma pronte a darsi sostegno al momento giusto, sicure della fiducia riposta dall'una nell'altra! Chissà se avremo una opportunità anche in questa situazione... Mah! Mi fa strada ed entriamo nel castello da una delle tante entrate laterali, poco maestose, ma comunque accoglienti e certo più a misura d'uomo. Una sala spoglia e non grandissima, poi un corridoio stretto... cerco di sbirciare nelle stanze lungo il cammino, sono aperte le porte, socchiuse, segno che qui dentro c'è fiducia e familiarità. Sono stanze di grandezza media, si potrebbe dire che sono dignitose. Lei mi porta verso un obiettivo, lo so, ma non so quale... Strano! Sono tranquilla e non sento l'ansia della curiosità, è un percorso che accetto e me lo gusto con calma cercando di riconoscere ogni centimetro sulle pietre di quei muri, ogni arco di porta, ogni scorcio di stanza rubato dai miei occhi al passaggio. D'un tratto la linea dei suoi passi disegna una curva inaspettata verso una di quelle porte, una identica alle altre, ma questa per me diventa diversa, questa la varchiamo! E' spoglia la stanza in cui ci ritroviamo. Nascosta alla visuale dalla porta semiaperta (ora che sono completamente dentro me ne accorgo) c'è una scrivania in legno scuro, antica ed austera nella sua bellezza raffinata. E' ricca di particolari poco vistosi, ma comunque accuratissimi e degni di elogio, solo chi vi soffermi lo sguardo li può apprezzare, compiono il loro dovere anche nella visuale d'insieme per l'osservatore poco attento ma è un peccato perdere lo spettacolo accurato di una fattura tanto amorevole. Al di là di questo gioiello d'arredamento: un uomo. Indossa un camice bianco, ha un'aria fresca e intellettuale con quegli occhiali poco definiti sul naso, montatura quasi inesistente, e lenti sottili, sono un'ombra appena accennata sul suo viso e lasciano la giusta luce a occhi di un azzurro intenso. Ma questo sguardo non mi piace, la mia pancia mi avvisa di stare attenta a quel medico che presentandosi si dimostra affabile e gentile. Preferisco la diffidenza mal celata che leggo negli occhi di Giuliana, occhi che (sono sicura) generalmente sono schietti e sinceri, mentre quelli di lui sembra siano avvezzi all'inganno e alla premeditazione malevola. Non credo ch'egli rivesta un ruolo preponderante e sono quasi certa che se ha un potere qui dentro, gli sia derivato dall'aver ripulito qualche macchia di sozzume e nascosto qualche scheletro in armadi oculatamente distrutti e non più recuperabili. Sarà da temere meno di altri, ma mai da sottovalutare! Lei lo tratta con la familiarità di chi ha accettato una presenza non particolarmente piacevole, ma nemmeno eccessivamente dannosa, di certo non sono alleati, lei nel profondo sa fin dove lui può spingersi ed arrivare... non le piace! Dopo questa presentazione ci spostiamo tutti in una saletta che come dimensioni sarà il doppio rispetto all'altra stanza che ho visitato, e qui non siamo certo in una delle stanze più belle e grandi del Castello. Al centro c’è una tavola imbandita in maniera modesta, con dei commensali appena sedutisi, sono lì fermi in nostra attesa. Ci accomodiamo e nessuno dei nuovi sconosciuti mi viene presentato, subito iniziano tutti a mangiare. Mi sento come se fossi stata invitata a partecipare ad un semplice e quotidiano pasto familiare, estranea ma trattata come se fosse normale la mia presenza qui e in questo momento, ma allo stesso tempo quasi ignorata, non c'è l'attenzione dovuta ad un ospite... in special modo ad un ospite che adesso possiede tutto ciò che fa parte della loro vita e la contraddistingue così fortemente. Non riesco a capire se tutto ciò sia un segno di rifiuto palese e provocatoriamente duro, o di accettazione un pò rude e pragmaticamente drastica. Non mi trattano male, non mi trattano bene, semplicemente adesso sanno che io ci sono e la mia presenza non è una mera attestazione fisica, ma la concretizzazione di un concetto che pare gli risulti scomodo (più scomodo di quanto pensassi). Sapevo a cosa andavo in contro stasera, guidando la mia macchina verso questo luogo di cui sono sconvolgentemente ed irrazionalmente innamorata, guardavo la strada scorrere sotto di me ed ero consapevole delle problematiche che avrei dovuto affrontare per giungere alla realizzazione di questo mio sogno, ma non immaginavo che questo cammino potesse toccarmi l’anima fino a questo punto!
Eilan delle Nebbie

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